La Voce di Romagna, 13 gennaio 2012
Domenica e lunedì, in prima
serata, la Rai ha mandato in onda la Figlia del capitano, minifiction tratta da un romanzo storico di Puškin.
Non solo la Rai l’ha mandata in onda, ma i dati auditel l’hanno premiata
concedendole la palma della vittoria sul Grande Fratello nella prima puntata, e
su Ballarò nella seconda. O gli Italiani hanno mostrato di apprezzarla, oppure
hanno pensato che fosse la trasmissione meno peggiore della serata. Ohibò!
Puškin, nel frattempo, si rivoltava nella tomba.
Ora, a difesa del povero
Puškin e dell’intera letteratura russa, lasciatemi fare qualche considerazione
su ‘sta Figlia del capitano
prodotta da Edwige Fenech.
Anzitutto, i nomi. Primo Reggiani, che ha sopracciglia nerissime e grossissime
come nessun russo si è mai sognato di avere, interpreta la parte del
protagonista, Petr Andreevič Grinëv. Grinëv in russo si pronuncia “Griniof”,
come Gorbacëv si pronuncia “Gorbaciof”. Per tutte le due serate lo abbiamo
sentito chiamare “Grinev”. Non un buon inizio.
L’ambientazione
geografica. La “fortezza” in cui si
svolge gran parte dei fatti è in realtà un villaggetto collocato nella steppa della
regione di Orenburg. Steppa, cioè «pianura di cui non si scorgono i confini,
tutt'al più con lievi avvallamenti». Ora, la Fenech production ha pensato bene
di fare di questa fortezza una specie di Forte del Far West, come quello di Rin
Tin Tin o dei Forti di Forte Coraggio. E l'ha collocato sotto una
specie di sperone dolomitico che a Orenburg hanno visto solo in cartolina.


Sui particolari dell’ambientazione
culturale è meglio sorvolare per
carità di patria. Non si può tuttavia non menzionare la «preghiera a mani
giunte» dell’ortodossa figlia del capitano. Gli ortodossi, ovviamente, non
pregano a mani giunte: è questa, infatti, una modalità passata dalla cultura
laica feudale – come espressione della fedeltà al vassallo – alla preghiera
occidentale – espressione della fedeltà a Dio.
Ma la cosa più improbabile di
questa minifiction è la trasformazione, in buona parte riuscita, della
morigerata Figlia del capitano in
una commedia boccaccesca all’italiana (sia detto senza calunniare il povero
Boccaccio). Perbacco! Non più tardi di una settimana fa la Fenech ha inveito
sui giornali contro il destino cinico e baro che l’ha costretta negli anni
Settanta a spogliarsi in film di Serie C: «L’ho fatto solo per sopravvivere,
perché ero una ragazza madre. Ma era una grande umiliazione» – ha affermato.
Con tanti saluti a Walter Veltroni e agli altri estimatori della commedia
erotica di quegli anni che non si erano accorti quanto questa svilisse e
offendesse la figura della donna.
La Figlia del capitano
trasmessa dalla Rai introduce
proditoriamente nel racconto di Puškin una Caterina II interpretata dalla
stessa Edwige Fenech. Ora, che Caterina abbia avuto numerosi amanti e favoriti,
non c’è il minimo dubbio. E tuttavia Puškin mostra l’imperatrice solo nel
finale, nelle scene che risolvono l’intera vicenda: il suo incontro in
incognito con la protagonista femminile Maša, e il successivo disvelamento con
la grazia accordata a Grinëv. Niente amanti, niente sguardi lascivi, nessuna
accoppiata nel Palazzo d’Inverno.
Naturalmente, una moderna
reinterpretazione della Figlia del capitano può
introdurre nuove scene, nuovi personaggi, per rendere più appetibile il piatto
servito dopo cena dalla Rai. E tuttavia colpisce che la Fenech trasformi
Caterina II in una nonna dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda. Perché darsi la pena di scomodare Puškin, a questo
punto. Sarebbe stato più onesto produrre direttamente una minifiction
intitolata La nonna di Giovannona Coscialunga o L’Ubalda: vent’anni dopo è ancora calda.

Alla fine della storia, dopo
che è stata ristabilita la verità dei fatti, Grinëv si vede restituiti onore e
dignità e si sposa con l’amata. Quella che in Puškin è una paginetta finale che
vede i giovani convolare a nozze, nella fiction della Fenech vede i due
innamorati infilarsi sotto le lenzuola ancor prima del matrimonio. Con tanti
saluti alla coerenza psicologica e alla verosimiglianza storica del racconto.
Se tanto mi dà tanto, quando
gireranno i nuovi Promessi sposi,
faranno di don Rodrigo il capo della piovra e di Lucia una cubista di
Cervia.





























