giovedì 6 dicembre 2012

Tra Gambi e gambe: l’evangelica “mescolanza degli stili”

La Voce di Romagna, 27 aprile 2007 





L’ottimo amico Paolo Gambi, collaboratore tra i più apprezzati della Voce di Romagna, mi invita a una trasmissione che conduce per una tv locale di Faenza. Ci rincorriamo per alcuni mesi, poi, finalmente, troviamo il momento conveniente per entrambi. Quando mi presento nel capannone che funge da sala di registrazione, incrocio Bruno Sacchini che sta uscendo accompagnato da Gambi: la più alta concentrazione di “Vociani” al di fuori della redazione del giornale!
La trasmissione di Gambi si chiama “A cup of tea with…” e questa volta l’ospite invitato a bere la tazza di tè sono io. Il tè, naturalmente, è un pretesto per fare quattro chiacchiere (anche perché la tazza è la stessa che Sacchini ha lasciato sul tavolo e il tè è gelido…). Argomento – la letteratura russa, materia che insegno all’Università di Urbino.
Come nelle migliori tradizioni della televisione italiana, Gambi è accompagnato da una valletta: è una studentessa di ragioneria di Faenza, si chiama Barbara,  ma soprattutto ha una minigonna di quelle che non cominciano mai e finiscono subito e due gambe “ad altezza uomo”. Mi concentro sulla letteratura russa e cominciamo la registrazione. Tutto va come previsto: Gambi domanda, io rispondo, la valletta, seduta non casualmente su un alto trespolo, interviene ogni tanto leggendo frasi dai classici russi con spiccato accento faentino. Finisce la trasmissione e, mentre Gambi e io ci attardiamo a fare le ultime chiacchiere, Barbara “Gambe” si cambia la minigonna, che si rivela così un apposito abito di scena.
A quanto mi dicono, la trasmissione va in onda qualche tempo dopo, con tanto di replica. Non riesco a vederla, ma diversi conoscenti mi fermano per il classico “ti ho visto, l’altra sera, in tv”. Mi spiegano che, mentre io e Gambi volteggiavamo da veri intellettuali tra le rarefatte altezze della letteratura, il regista della trasmissione faceva lunghe riprese delle gambe dell’aspirante ragioniera, cominciando dalle caviglie e salendo via via fino alle cosce.
Meraviglioso! Straordinario! Già, perché la letteratura russa dell’Ottocento e soprattutto Dostoevskij su cui io e Gambi ci siamo soffermati a lungo, trattano proprio di questa straordinaria mescolanza di “alto” e “basso”, di nobili ideali e di passione carnale in quella contraddittoria creatura che è l’uomo. Spiega Erich Auerbach, forse il maggiore critico letterario del secolo XX, che la letteratura dell’Ottocento, soprattutto quella russa, rinnova la straordinaria invenzione che il realismo cristiano ha attuato con la scrittura dei Vangeli: non era infatti previsto dalle regole della retorica antica che una narrazione presentasse un Dio fatto uomo intento agli umili lavori dell’artigiano, che una prostituta rivolgesse la parola a Dio stesso, che dei rozzi pescatori ignoranti ragionassero in concilio della salvezza degli uomini.
Tutto ciò lo ritroviamo in Dostoevskij: i fratelli Karamazov che discutono di “questioni maledette” nella taverna fumosa e puzzolente, la prostituta Sonja Marmeladova che legge all’assassino Raskol’nikov la pagina evangelica della resurrezione di Lazzaro (“Delitto e castigo”), Dio stesso che compare in visione ad Aljosha Karamazov e lo invita al banchetto della vita eterna.

Non più “separazione degli stili” come nella letteratura classica, dove un dio poteva comparire solo nella tragedia e una prostituta o un pescatore solo nella commedia; non più differenziazione degli argomenti e del linguaggio a seconda dei generi letterari. I Vangeli rompono questa regola retorica e introducono quella che Auerbach chiama la “mescolanza degli stili”: è il riflesso della nostra vita, dove le altezze ideali si mescolano con le passioni più carnali, dove le questioni divine si coniugano con i discorsi d’affari, dove le raffinatezze della critica letteraria coesistono con le cosce della ragioniera.

Dissociarsi dal proprio passato


La Voce di Romagna, 24 agosto 2012 


Approfitto dell’estate per recuperare qualcosa sulla pila di libri che staziona stabilmente sulla mia scrivania. E arriva il turno di un libro bellissimo, La piccola tenda d’azzurro che i prigionieri chiamano cielo (Ares, 2005). Il sottotitolo chiarisce già un po’ di cosa si tratta (Anni di piombo, carcere, ricerca d’identità), ma quel che rimane difficile è definire l’autore, Arrigo Cavallina. Infatti, sarebbe facile dire che è uno dei protagonisti degli “anni di piombo”, passato per la “lotta armata” da “Potere Operaio” e “Autonomia Operaia” sino ai PAC (“Proletari Armati per il Comunismo”), che ha partecipato a diverse azioni eversive, ad attentati anche gravissimi, che è stato catturato e condannato, che ha scontato 15 anni in diverse galere italiane... Ma come dice lo stesso Cavallina in questo lungo diario sincero «quando mi capita oggi di parlare ai ragazzi delle vicende degli anni ’70, la Guerra del Vietnam, la Rivoluzione cubana... il coinvolgimento di tanti giovani in una ribellione dai molteplici volti, il Sessantotto, il maggio francese, ... via via fino alle Brigate rosse ... sento che tutto questo che ha segnato la mia vita come quella di molti, che ha lasciato ferite profondissime non rimarginate, è percepito oggi come lontano e indifferente quanto le guerre puniche, e forse perfino meno conosciuto perché non ancora argomento scolastico obbligatorio».
Dunque, qual è l’interesse per la vicenda di Cavallina? L’interesse è probabilmente nel fatto che questo ragazzo veronese dopo essersi infatuato come tanti dell’ideologia marxista e della “violenza proletaria”, in carcere matura un distacco sempre più radicale da quella posizione ideologica. Incontra la vita, si scontra con la vita reale, vede riaffacciarsi alla sua memoria e alla sua coscienza i volti e le fattezze fisiche delle persone che ha ferito, dei presunti “nemici”. Capisce che quello che ha fatto per anni non è stato altro che perpetuare una logica di violenza, invece di opporvisi, si rende conto di quanto la lotta armata fosse prodotto e matrice di una concezione dualistica – buoni o cattivi – che non lascia spazio al cambiamento...
E si dissocia dal proprio passato. Cavallina diventa così uno dei promotori del movimento della “dissociazione”, di una dissociazione interiore e personale dal proprio “io” di un tempo. Piano piano, evitando le insidie di chi su quella dissociazione vuole speculare ideologicamente e politicamente – Toni Negri e Pannella, tra gli altri – Cavallina si apre ad una vita nuova. Riceve un nuovo sguardo sulla sua vita da parte di cristiani che testimoniano cos’è il perdòno, il perdòno di Dio, quello che realmente cancella i peccati e fa di noi delle creature nuove. E finalmente riesce lui stesso a guardare alla sua vita come a qualcosa che può acquisire un valore, anzi che ce l’ha già, perché Dio ci ama. Poi è la storia della sua conversione, del suo impegno in una espiazione anche umana, in attività dentro il carcere che possano rappresentare una redenzione fattiva e non il cieco, sordo e muto perdersi di una vita destinata al non senso, alla punizione come assenza di ogni significato.
Ma è la radice di quel cambiamento – il pentimento e il perdòno – che mi colpisce e che, se pure non è argomento scolastico obbligatorio, ci riguarda tutti. Tutti noi che rischiamo ora e sempre di dividere il mondo in buoni e cattivi, in “quelli che stanno dalla nostra parte” e i “nemici”, in noi che, per i “cattivi” e i nemici” non riusciamo neanche a intravedere vie di uscita, ma soltanto detenzioni punitive, la retribuzione di una giustizia cieca al riscatto.
E invece no. Grazie al pentimento e al perdòno davvero le nostre azioni del passato possono ricevere un nuovo significato. Lo spiega bene Max Scheler nel suo L'eterno nell'uomo: contrariamente a quanto accade nel flusso dei cambiamenti della natura inanimata – il cui tempo è un continuo uniforme, ad una dimensione, che va verso una direzione determinata – nell’esperienza di ciascun momento della nostra esistenza temporale sono presenti la totalità della nostra vita e della nostra persona. Ne consegue che noi non disponiamo solo del nostro futuro e del nostro presente, ma, in un certo senso, anche del nostro passato. Certo, non possiamo modificare i fatti avvenuti, ma possiamo modificarne il senso e il valore. Ogni cosa ha un senso e un valore all’interno del senso globale della nostra vita ed è precisamente questo senso e questo valore che noi possiamo modificare ex-post secondo il nuovo senso che la nostra vita ha ricevuto.
Per questo, aggiunge Scheler, è possibile che uno si penta fattivamente del male compiuto. Il pentimento non è un’illusione, non è qualcosa di posticcio, ma è un senso e un valore nuovo che le nostre azioni compiute nel passato ricevono.
Se siamo quello che siamo, testimonia Cavallina, è perché Qualcuno ci ha perdonati, si è assunto il nostro male, il nostro peccato. E perché qualche suo discepolo ci ha reso presente un nuovo sguardo pietoso su noi stessi. Come ho già scritto, in occasione del Perdono di Assisi, tutti noi abbiamo bisogno di perdòno. 

I cinesi che non perdono la faccia



La Voce di Romagna, 17 febbraio 2006


La caduta da brividi di Dan Zhang, nella gara di pattinaggio artistico delle Olimpiadi invernali, ma, più ancora, l’incredibile recupero che ha portato l’atleta cinese alla medaglia d’argento, meritano un commento. La gara l’abbiamo vista tutti, e tutti, anche chi di noi tifava per la coppia russa poi risultata vincitrice, abbiamo condiviso delusione e sofferenza e poi infine gioia liberatrice per la vittoria morale dei due pattinatori cinesi sulla sfortuna, su quello che era sembrato un ostacolo insormontabile. Già, insormontabile per noi Italiani… Insormontabile per il commentatore della RAI che, dopo quel salto altissimo conclusosi malamente sul ghiaccio del Palavela di Torino, ha prematuramente stilato il podio della gara depennando la coppia cinese Zhang e Zhang. E invece…

E invece la cultura cinese, come pure quella giapponese, dà grandissimo valore alla considerazione sociale, ciò che si riflette nel concetto di “salvare la faccia”. Regole non scritte dettano i comportamenti degli individui all’interno della società allo scopo di combinare il rispetto per se stessi con il prestigio degli altri. Così, durante una competizione anche commerciale, il tradizionale sistema di valori cinese impone che si conceda allo sconfitto qualche premio di consolazione, che non lo si umili. E quando, comunque, le circostanze portano alla sconfitta c’è un’ultima difesa, un ultimo modo di non “perdere la faccia”: assumere un’espressione impassibile come se nulla fosse successo, evitare di perdere il controllo di se stessi, di mostrare pubblicamente la propria frustrazione, la propria rabbia.
Laddove un Italiano si sarebbe messo a piangere e a imprecare contro il destino cinico e baro, con il conforto e la comprensione di mamma, papà e della nazione intera; dove un americano avrebbe intentato causa ai manutentori della pista di ghiaccio, agli architetti del Palazzetto e agli organizzatori delle Olimpiadi, la mite e determinata Dan Zhang, nel breve scorrere di due minuti, si è ripresa, ha mascherato dolore, delusione, un’intera gamma di sentimenti e ha ripreso la sua danza commovente sul ghiaccio lucido. Una piroetta, un’altra ancora, facendo leva proprio sul ginocchio sinistro che aveva sbattuto violentemente contro il ghiaccio e infine il giusto premio: medaglia d’argento!

Che meraviglia, e che lezione! Autocontrollo, dominio di sé, senza inutili polemiche con il partner, senza giocare allo scaricabarile, senza accampare scuse, senza cercare giustificazioni. Confrontiamo questa lezione con quanto ci passa il convento televisivo, con quella Tv spazzatura in cui l’esplosione incontrollata dell’ira e l’esibizione della mancanza di autocontrollo sono ormai norma settimanale. Confrontiamola con le parolacce e le offese irripetibili anche tra compagni della stessa compagine, parolacce e offese che accomunano campi da calcio, spogliatoi, Parlamento, per non parlare dei Consigli comunali e di Circoscrizione.  
Confrontiamola con la spettacola-rizzazione della vita e dei suoi aspetti più abietti nei reality show, dove l’offesa e la scurrilità sono studiati e voluti per aumentare lo share, dove attori-spettatori mettono in piazza le proprie brutture. Confrontiamo e scegliamo: io sto dalla parte della pattinatrice cinese, dalla parte della tradizionale virtù della “mansuetudine”, che non è mancanza di energia, ma forza potente per vincere se stessi, per possedere il proprio “io” contro la volubilità, la mancanza di carattere, l’incostanza. 
Così si vince. Così si diventa persone più vere, andando contro e non assecondando le proprie miserie, le proprie debolezze. Certo, anche questo autocontrollo può, in definitiva, essere egoistico, diventare alimento dell’amor proprio, come ammoniscono i maestri cristiani di vita interiore; e dunque va purificato, elevato, orientato all’apertura verso gli altri, all’amore degli altri. Però, quanto meno, la strada è quella giusta.

“Il potere delle tette”



La Voce di Romagna, 24 novembre 2006

Anzitutto, mi scuso. Mi scuso perché un titolo così proprio non si dovrebbe fare e, inoltre, non è nel mio stile. Mi scuso con le lettrici della Voce e spero che non mi vengano date patenti di maschilismo. Semplicemente, la definizione non è mia e per questo ho chiesto e ottenuto dal Direttore di mettere il titolo – peraltro irrinunciabile – tra virgolette.
La definizione, infatti, è di un anonimo ragazzo con cui ho fatto il viaggio in corriera da Urbino a Pesaro qualche tempo fa. Sapete come capita in corriera: uno si siede volendo sonnecchiare e dietro vi si piazzano due che parlano a voce alta, e le loro vicende diventano immancabilmente le vostre. Se anche uno non vuole ascoltare, non può non sentire. È così che ho sentito la storia del “potere delle tette”. Ve la riporto.
I miei due compagni di viaggio erano un ragazzo e una ragazza, entrambi studenti universitari. Come tanti altri studenti, almeno quelli iscritti all’Università di Urbino, anche questi arrotondano i soldi dei genitori con qualche lavoretto. È vero che questo fa sì che gli appelli d’esame soprattutto di settembre, quelli dopo la “stagione”, siano poco frequentati e che gli anni d’iscrizione si allunghino inevitabilmente, ma tant’è: anche gli anni di vita studentesca si allungano e questo può avere i suoi lati positivi…
Insomma, i due parlano e scoprono che fanno lo stesso lavoro: il barman (e la barwoman, direbbe qualche anglofono politically correct). Ancora un paio di frasi e il ragazzo assume un tono risentito, quasi di sfida. Dal momento che lavorano a giornata e solo le sere che i bar ne hanno necessità, lui si lamenta del fatto che subisce la “concorrenza sleale” della ragazze. La chiama proprio così: concorrenza sleale. Dice che se il titolare di un bar ha la possibilità di scegliere, le ragazze vengono sempre preferite ai ragazzi. “Per questo i ragazzi devono diventare molto professionali, se vogliono lavorare in questo campo. Devono diventare dei veri professionisti. Sai anche tu com’è” – conclude enigmaticamente. A differenza della ragazza, io, per la verità, non so com’è, ma questo è un altro handicap della corriera: una volta che senti un discorso interessante, non è che puoi intrometterti disinvoltamente e chiedere spiegazioni (“No, scusi. Io non ho capito. Non è che potrebbe spiegarmi…”).
Il dialogo prosegue serrato. Parlano della vita dura del barman, concordano sull’impossibilità di fare questo lavoro per molti anni, soprattutto se si vuole finire l’università. Poi passano a confrontare le retribuzioni e le trovano analoghe. “Bene – penso tra me. – Almeno in questo campo non c’è discriminazione”. Ma il ragazzo incalza. “E le mance?”. Già, non ci avevo pensato: ci sono anche le mance. “Dai - insiste lui. – Dimmi quanto prendi di mancia in una sera?”. La ragazza spara una cifra sostanziosa e io mi perdo a confrontarla con il mio stipendio diviso per i giorni del mese. Quando riemergo dalla deprimente esperienza del confronto, scopro che lei ha fatto una specie di classifica. “Dunque – dice lei – ho notato che le mance dipendono da come sono vestita. Ma non è come tu pensi!”. Ah, per fortuna, non è come pensa lui. Sicuramente è una brava ragazza e una studentessa modello. “Ah, sì. E com’è?” – fa lui.
“Vedi – fa lei -, è sbagliato pensare che più ti svesti e più ti danno di mancia. Non c’è una proporzione così diretta. Ad esempio, io ho notato che l’abbigliamento con cui tiro su più mance non sono le camicie scollate: è una maglia attillata che lascia scoperte le spalle. Quando ho bisogno di soldi, mi metto quella maglia e torno a casa con borsellino gonfio”.
“Lo so – dice lui. – È quello che io chiamo ‘il potere delle tette’. Non solo vi danno il lavoro anche se siete meno professionali di noi, ma guadagnate anche di più. Non lo sopporto questo potere delle tette”. La ragazza non si scompone. La sua replica, però, è tagliente. “E a chi vuoi darne la colpa? Sono gli uomini che guardano e che sborsano”.
Lui si prende l’ultima parola, mentre già ci prepariamo a scendere: “Dimmi solo una cosa. Tra te e una prostituta che si vende per soldi che differenza c’è? Ovvio che c’è una differenza, lo vedo anch’io. Ma credo che sia una differenza solo ‘di grado’, non una differenza qualitativa”.
Scendo con un brivido, anche se è una giornata tiepida.